
07/03/08 – posted by Fungo
Ravenna: un punto e tanta noia
Torniamo nella cittadina romagnola dopo aver presenziato questa estate al trofeo in ricordo di Vittorio Mero, che ci permise di organizzare un week-end ad ottimi livelli. Finalmente riusciamo a fare una trasferta in macchina insieme al nostro gruppo, dal momento che, per l’occasione, si è deciso di muoversi tutti in macchina. Ci ritroviamo per mezzogiorno, ma per qualcuno è ancora l’alba, considerando che è riuscito a dormire solo tre ore in condizioni pessime. Dopo una birra e qualche salatino d’alta pasticceria, partiamo. Durante il viaggio non possiamo fare a meno di notare la presenza di numerosi terroni che, dopo essersi lamentati per mesi degli stipendi bassi, tornano in massa in meridione, dopo aver trascorso una settimana di vacanza sulle nostre montagne. Chiaramente, la loro presenza massiccia incide negativamente sulla nostra classica sosta in quel di Secchia. Raggiungiamo in poco tempo il raccordo per Ravenna, dove sostiamo nuovamente per riunirci tutti. Durante il tragitto notiamo anche alcune persone tra i campi nei pressi dell’autostrada: si tratta, chiaramente, di individui non troppo raccomandabili, appartenenti al nostro gruppo. Arriviamo nei pressi di Ravenna accompagnati da una leggera brezza marina, che ci fa sperare nel rinvio della partita. Giungiamo allo stadio dopo aver vagato per le strade piene di traffico. Entriamo compatti e appendiamo lo stendardo come a Vicenza in modo tale da potervi stare dietro. La partita trascorre noiosamente, quindi iniziamo a fare qualcosa di alternativo. Si cerca qualche steward particolare, col quale scambiare due parole sulla difficile situazione economica italiana, ma non ci diverte più di tanto, quindi ci spostiamo al bar. Con grande sorpresa scopriamo che le uniche piadine che hanno sono alla salamina: un vero e proprio insulto alla piadina romagnola. Così, dopo averlo fatto notare al barista, ci vengono offerti dei panini allo speck che decidiamo di restituire al mittente, senza nemmeno assaggiarli. Il secondo tempo è una noia mortale; noi lo passiamo ad insultare il portiere ravennate, che, fortunatamente, risponde agli insulti; nel frattempo, c’è anche chi abbandona lo stendardo e va comodamente a sedersi in una posizione privilegiata. Così, finita la partita, saliamo in macchina e partiamo in fretta verso Brescia, già pensando all’ennesima serata pesante che ci aspetterà, dopo una settimana altrettanto pesante, solo per alcuni. Archiviando anche questa trasferta, attendiamo le prossime due partite in cui affronteremo Cesena e Mantova.
03/03/08 – posted by Fungo
Ascoli: il nostro onore si chiama organizzazione
Il titolo è emblematico della vigilia della trasferta. Infatti, dopo un classico weekend pesante e i consueti rientri nella città di Milano, ci accordiamo per noleggiare una macchina a Brescia per raggiungere la città marchigiana. Non sarà però un’impresa facile: verso l’ora di pranzo iniziano ad arrivare le chiamate: in nessun noleggio è disponibile una macchina per il giorno seguente. Allora tentiamo di muoverci in Milano, ma il risultato è il medesimo. Arrivata la sera ancora non vi sono certezze: si pensa di andare in pullman, c’è chi guarda gli orari dei treni. Martedì mattina i cellulari iniziano a squillare presto, finché, verso le dieci e mezza, riusciamo a trovare una soluzione quasi insperata: ovvero noleggiare un pulmino da nove. Dopo un veloce pranzo in un noto pub milanese, partiamo in tre da Milano, altri tre partono da Brescia e uno da Rimini. Il luogo di incontro è una bettola appena fuori il casello di Fiorenzuola. L’ultimo, invece, lo preleveremo a Castel San Pietro. Subito dopo essere ripartiti incontriamo il pulmino dei ragazzi di Darfo. A bordo iniziano a stapparsi varie birre, tra cui una rara varietà di guinness conservata per l’occasione. Dopo una veloce sosta in autogrill raggiungiamo la località bolognese, dove preleviamo l’ultima persona. Abbiamo così anche l’occasione di visitare un mercatino rumeno pieno di oggetti rubati alle famiglie di tutta Italia. Il viaggio passa veloce. Nei pressi di Ancona raggiungiamo e superiamo il pullman della Curva Sud. Arriviamo al casello di Ascoli molto presto e riusciamo anche ad andare avanti senza essere bloccati dalla scorta. Lungo la tangenziale, però, incontriamo un altro pullman e nonostante fossimo passati oltre veniamo raggiunti e costretti ad unirci alla scorta. Giunti allo stadio, finalmente senza neve, siamo testimoni dell’idiozia e degli sperperi di denaro pubblico. Veniamo tutti fatti scendere dal furgone, tranne due, i quali lo portano nella stessa piazzola dove qualche mese fa ci eravamo tirati la neve per un’ora aspettando la conferma del rinvio. Raggiunto lo spiazzo i due tornano verso lo stadio a piedi in un curioso corteo: loro due a piedi, accompagnati da un paio di agenti e dietro una macchina che, a passo d’uomo, li segue a qualche metro. Robe da pazzi. All’interno dello stadio attacchiamo subito lo stendardo, accanto alla pezza Brixia e ci mettiamo quasi tutti dietro di esso. Il tifo bresciano non è alle stelle, almeno finché il risultato non si sblocca. Durante la partita veniamo ripresi, tanto da finire in meno di ventiquattro ore su youtube…mah…Finita la partita usciamo dallo stadio con qualche caffè borghetti di troppo, che ci rende insidioso il percorso a piedi fino alla macchina; il tragitto viene fatto sempre con la stessa modalità di prima. Appena saliti in macchina partiamo subito e ci dirigiamo in autostrada. Nonostante questa rapida partenza ci ritroviamo col passare del tempo dietro tutti i pullman, forse a causa di qualche sosta di troppo. Tornati a Fiorenzuola ci salutiamo dandoci appuntamento a sabato in quel di Ravenna. Da lì raggiungiamo nuovamente Milano in situazioni pessime, riuscendo ad arrivare a casa per le cinque, consapevoli che la sveglia del giorno dopo sarebbe stata molto dura da spegnere. Continua la nostra marcia vittoriosa, aspettando Ravenna.
22/02/08 – posted by Fungo
Messina: delirio in alta quota
Per questa trasferta ci troviamo in un posto nuovo, tanto per cambiare un po’ le nostre abitudini, qualche minuto dopo le quattro. Le pochissime ore di sonno sulle spalle si fanno sentire, ma nonostante tutto siamo tutti puntuali. A sorpresa troviamo sul punto di partenza due ragazzi che non voleranno con noi in Sicilia, ma che sono venuti lo stesso ad augurarci buon viaggio. Quindi partiamo alla volta di Malpensa, che raggiungiamo dopo poco più di un’ora. Arriviamo quasi insieme agli altri membri del Brixia e poco dopo il pullman della curva sud. Già qui si preannuncia che il viaggio in aereo sarà un autentico delirio. Facciamo colazione con calma e passiamo il metal detector abbastanza in fretta. A bordo dell’aereo ci intratteniamo con la lettura di alcuni quotidiani e bevendo qualche birra. Sfortunatamente il personale di volo non approva molto la presenza dei bresciani e ci invita più volte a non fare cori e a rispettare il segnale che invita a stare seduti. Una volta a terra ci esorta a non volare più con la sua compagnia aerea. Giunti all’aeroporto di Catania ci compattiamo con una ventina di ragazzi che hanno invece volato da Verona, tra cui uno di noi. In aeroporto cerchiamo di comprendere le abitudini degli indigeni, ma purtroppo non capiamo la loro lingua, quindi annoiati usciamo. Fuori dall’aeroporto si vede una scena abbastanza inusuale, considerata la latitudine: un vigile che da’ le multe. Ovviamente ogni volta che strappa una multa riceve un’autentica ovazione. Dopo quasi un’ora arrivano i due pullman che devono trasportarci a Messina. Noi saliamo tutti a bordo dello stesso mezzo e, purtroppo, dopo pochi minuti di viaggio ci rendiamo conto di aver fatto una pessima scelta: l’autista infatti era palesemente un pensionato che non guidava un pullman da anni, probabilmente da quando ha perso vista e udito. Nonostante ci voglia un’oretta per raggiungere lo stadio e nonostante siano solo le dieci e mezza di mattina non sembra intenzionato a fermarsi. Solo quando l’altro pullman si ferma in una sottospecie di autogrill ci fermiamo anche noi per la gioia di un ragazzo incontinente. La fame ci costringe a mangiare i panini in vendita, ma dentro di noi speriamo di non prendere alcun tipo di malattia. Il viaggio riprende e in meno di mezz’ora, tra case abusive e strani cantieri, raggiungiamo lo stadio quando mancano pochi minuti a mezzogiorno. Ci intratteniamo a parlare con uno steward e capiamo molte ragioni sul perché le cose non funzionano al meglio da quelle parti. Poco dopo arriva un pulmino da nove con a bordo altri ragazzi della sud, mentre verso l’una finalmente ci aprono i cancelli. Entriamo dopo minuziosi controlli e addirittura siamo sottoposti al controllo d’identità. Appendiamo lo stendardo accanto alla pezza Brixia e cerchiamo di capire come ingannare il tempo. Dopo una ventina di minuti però arriva un agente che, come lo steward poco prima, ci fa capire maggiormente perchè la Sicilia è in uno stato imbarazzante. Il simpatico poliziotto ci invita a togliere tutti gli stendardi che non avevano un tricolore. Il nostro, quindi, inizialmente viene lasciato stare. Dopo pochi minuti, però, anche il nostro viene fatto levare con minacce di provvedimenti nel caso in cui l’avessimo aperto nuovamente. Mah…Comunque lo riponiamo e ci posizioniamo dietro la pezza Brixia, che come sempre siamo orgogliosi di rappresentare. Le ore trascorrono lentamente, soprattutto perché non c’è niente né da mangiare né da bere. Solo verso le quattro arrivano due scimmie che da una fessura dalla quale non passa nemmeno un sacchetto di patatine ci porgono qualche popcorn scaduto e una specie di birra. D’altronde siamo nel 2008 e negli stadi l’unico problema, come noto, sono i tifosi. Iniziata la partita facciamo un buon tifo; però, vista l’ennesima pessima prestazione di Bazzani, non serve a portare a casa nemmeno un punto. Sul finire della partita caliamo un po’ a causa del vento gelido a cui eravamo esposti da più di cinque ore. Finita la partita abbandoniamo subito lo stadio e raggiungiamo i pullman per tornare in aeroporto al più presto. Ovviamente l’autista, che subirà un’altra ora di insulti, fa di tutto per non farci raggiungere in tempo Catania. Arrivati in aeroporto scopriamo che il volo è in ritardo di circa mezz’ora; fortunatamente facciamo il check-in in tempo e riusciamo anche a mangiare. C’è chi ci propone un’offerta di una pizza ricevendo dodici birre, ma preferiamo riderci su. Compiuti i controlli di sicurezza incontriamo la squadra che partirà con i ragazzi diretti a Verona. Riusciamo a scambiare qualche parola con De Zerbi e Viviano; un ragazzo della sud riceve anche un vassoio di cannoli. A bordo nuovamente intoniamo qualche coro e ci perdiamo in discorsi interessanti. Il volo trascorre velocissimo e si conclude con scene che, ai presenti, hanno fatto sicuramente concludere la trasferta con parecchie risate. Piuttosto stanchi raggiungiamo la nostra macchina e torniamo in fretta a Brescia, sperando che il pubblico di casa non abbia già perso l’entusiasmo in vista della partita di sabato contro il Bologna.
11/02/08 – posted by Fungo
A Piacenza entusiasmo ritrovato
Diciamocelo pure, questa trasferta non è sicuramente una di quelle che attendiamo durante l’anno; anzi, se arrivasse la notizia che il settore ospiti fosse chiuso, come l’anno scorso, nessuno di noi sicuramente ci rimarrebbe male. Anche quest’oggi come due settimane fa, organizziamo un pullman Brixia. L’inizio non è decisamente dei migliori: si rischia di lasciare a Brescia due di noi. A bordo si respira l’aria goliardica dei vecchi tempi, tra birre, vin brulè, cellulari nuovi, ma soprattutto è da registrare la presenza a bordo di uno di noi che da parecchi anni ormai non si muoveva più in pullman. Il viaggio di andata scorre veloce e, chiaramente, una volta arrivati nei pressi di Piacenza, l’autista non sa dove uscire. Dunque, sale in cattedra una delle persone meno affidabili del pullman che lo guida dalla parte opposta rispetto alle indicazioni stradali. La scelta, in realtà, si rivela molto utile, in quanto passando per vie precluse ai mezzi, giungiamo al settore senza scorta, tra lo stupore dell’attenta polizia locale. Scesi dal pullman percorriamo a piedi la strada che ci separa dall’impianto e c’è chi si diletta in cori di apprezzamento per alcuni personaggi del momento. Finalmente, a perquisire, ci sono steward professionisti e non le forze dell’ordine e casualmente la procedura si svolge senza problemi e nel più totale rispetto. Dopo aver appeso lo stendardo, facciamo un giro cercando un baretto e troviamo un vecchio, accompagnato da un rom, che fortunatamente vende i caffè Borghetti. Qui inizia un’altra partita, in quanto ci carichiamo di un insolito entusiasmo. Al fischio d’inizio prendiamo posto dietro il nostro stendardo e, per la prima volta in stagione, con gran voglia cantiamo per tutta la partita. Davanti a noi si presenta uno stadio vuoto e silenzioso, mentre noi, caricati dalla prestazione in campo della squadra, dall’alcol e dal buon numero raggiunto, diamo spettacolo. A fine partita festeggiamo con la squadra e l’allenatore sotto il settore. Tornando verso il pullman non ci tratteniamo più e facciamo un’autentica serie di cori goliardici. Partiamo verso Brescia guardando novantesimo minuto, costringendo l’autista a fermarsi in autostrada durante la replica del Brescia. Quindi, archiviamo anche questa trasferta, a cui finalmente abbiamo dato un senso, aspettando Messina sabato prossimo.
29/01/08 – posted by Fungo
Vicenza: AVANTI BRIXIA!
Il nuovo anno riparte da qui per la maggior parte di noi, dal momento che a Frosinone, a causa dei numerosi impegni, era presente solo uno di noi. E’ ormai il terzo anno di fila che si gioca questa partita ed è assodato che Vicenza si tratta solo di normale amministrazione. Quest’anno, però, la trasferta prende colore, in quanto si decide di organizzare un pullman Brixia, cosa che, a parte Bari, non avveniva da troppo tempo. Ci ritroviamo verso le tredici presso la Curva Nord, il nostro storico punto di partenza. Siamo in buon numero, e da menzionare anche la presenza di alcuni amici di Anversa. A bordo si respira lo spirito del gruppo, tra goliardie, cori di una volta e lotterie, nelle quali a vincere è sempre l’autista. Il viaggio non è lungo e arriviamo a Vicenza in poco più di un’ora. Appena dopo Verona ci raggiunge in macchina l’unico di noi che per motivi personali non è riuscito ad aggregarsi al pullman. Ovviamente ci insultiamo come se fossimo di due città diverse. Giunti a destinazione, notiamo che quest’anno al casello sono presenti i pullman locali, ma, purtroppo, avendo noi il nostro non ci è consentito di utilizzarli. Arriviamo allo stadio dopo aver fatto un tragitto in un’area deserta della città. Una volta dentro attacchiamo lo stendardo in disparte rispetto a tutti gli altri, giusto per poter starvi dietro durante la partita. I vicentini appaiono molto compatti e si fanno sentire per quasi tutta la partita e riusciamo anche a scambiare qualche sfottò, evento ormai molto raro. Finita la partita ritorniamo sul pullman, dove incredibilmente funziona la televisione, quindi, finché la linea ce lo permette, guardiamo novantesimo minuto. Il viaggio di ritorno scorre ancora più veloce rispetto all’andata e segnalo che sul nostro pullman si sono aggiunti tre ragazzi di Ponte Caffaro, che dovrebbero essere d’esempio per i giovani residenti in città.
15/01/08 – posted by Darione
Pallanuoto in terra ciociara
20/12/07 – posted by Fungo
Ascoli: tra neve, rinvii e pranzi in riva al mare
Giorno 1 - Arriviamo alla vigilia della trasferta un po’ disorganizzati, a causa della distanza che ci separa durante la settimana. Nel primo pomeriggio di venerdì riusciamo comunque a noleggiare una Zafira e ci mettiamo d’accordo con gli amici di Sanba per scendere ad Ascoli con loro. Sabato mattina, dopo i soliti ritardi al noleggio austriaco, raggiungiamo il punto di ritrovo, dove scopriamo che una parte del gruppo risente già dell’abuso di alcool. A causa di questo, infatti, la nostra partenza è ulteriormente rimandata: partiamo intorno alle dieci. Non abbiamo notizie del pullman con a bordo il Brixia e la Curva Sud, ma siamo convinti di raggiungerlo al più presto. A Secchia effettuiamo la prima sosta. C’è chi mangia, chi compra qualcosa da leggere e chi cerca all’outlet una cravatta per poter essere presentabile all’interno dello stadio, ma, con grande rammarico, trova solo una commessa vogliosa e nulla più. Dal momento che siamo un po’ in ritardo non ci intratteniamo più di tanto e ripartiamo. Poco dopo notiamo un pullman di juventini diretti a Roma, ma si sa che i bianconeri, di questi tempi, è meglio non avvicinarli, onde evitare spiacevoli conseguenze, tanto meno in autogrill (non si sa mai chi si può trovare nella carreggiata opposta…). Più tardi, nemmeno a farlo apposta, affianchiamo un altro pullman con la bandiera della città di Pisa, diretto a Rimini. Superata Ancona ci fermiamo nuovamente e ci imbattiamo in un gelo polare. Proprio questa è un’ottima ragione per decidere di scaldarci finendo la grappa al più presto. Tra cori, insulti e ogni genere di cibo giungiamo al casello di San Benedetto del Tronto dove troviamo un tempo piuttosto nevoso ad accoglierci. Eludiamo il blocco e procediamo verso Ascoli. Chilometro dopo chilometro la strada diventa sempre più bianca, finché non ci ritroviamo soli ed isolati a percorrere una distesa di neve che spaventa non poco l’autista. A fatica raggiungiamo la città e ancora più a fatica lo stadio, visto che la neve scende fitta e nessuno ha sparso sale sulle strade. Arrivati allo stadio scendiamo come se nulla fosse, senza nemmeno sapere dove sia il nostro settore. Chiediamo ad un gruppo di stewards che rimangono sorpresi nel vederci lì. Ci indicano l’ingresso del settore e in poco tempo lo raggiungiamo. A questo punto veniamo bloccati e ci comunicano che la partita probabilmente non si giocherà e che non possiamo più restare nei paraggi. Quindi ci ritroviamo a seguire distrattamente un’auto della polizia che ci obbliga a percorrere il giro di tutto lo stadio, facendoci passare sotto la deserta curva ascolana, finchè non ci sistema in una piazzola poco distante. Alle sedici ci comunicano che non si giocherà e che tutto è rinviato al giorno seguente. Alcuni di noi decidono di passare la notte in terra marchigiana, mentre altri invece preferiscono tornare. Chiediamo ai ragazzi di Darfo di aspettarci al casello, così da dividerci, solo che la polizia locale li obbliga a partire. Dopo quasi cento chilometri riusciamo ad unirci a loro. Si pone il problema dei posti, in quanto loro ne hanno uno in meno del necessario, di conseguenza siamo costretti a rientrare tutti a Brescia. Durante il viaggio di ritorno solo due di noi decidono di ritornare ad Ascoli il giorno seguente, già consapevoli del fatto che la partita verrà nuovamente rinviata. D’altra parte, si sa che noi non lasciamo mai nulla al caso.
Giorno 2 - Sono le otto quando suona la sveglia, una rapida chiamata, uno sguardo alle previsioni di Sky e via che si riparte. Siamo solo in due, ben vestiti, con una minima speranza di raggiungere Ascoli e di giocare. Le autostrade sono quasi deserte, con la presenza sporadica di qualche mezzo anti-neve. Verso le undici prendiamo i primi contatti con chi è ancora a casa e può darci notizie attendibili. La comunicazione del secondo rinvio ci arriva intorno alle dodici, quando casualmente ci troviamo dopo Rimini Sud, quindi a pochi chilometri da Riccione, luogo ben conosciuto da uno di noi. Ridiamo alla notizia del rinvio e usciamo prontamente dall’autostrada. Ciò che avevamo escogitato nelle nostre menti, si è avverato anche nella realtà: partita rinviata e pranzo ad alti livelli in riva al mare. Raggiungiamo così il lungomare dove lasciamo la Zafira e ci muoviamo a piedi verso uno dei più rinomati ristoranti di Riccione, sicuramente il migliore come posizione. Infatti, ci sediamo praticamente sul mare, gustando pietanze ad alti livelli. Nel frattempo riceviamo numerose chiamate scherzose da parte di chi è rimasto a casa, ma noi sorridiamo sorseggiando del buon vino bianco. Finito il pranzo, soddisfatti, torniamo sulla macchina e ripartiamo alla volta di Brescia. In un paio d’ore siamo già di ritorno e lasciamo l’auto al noleggio austriaco per poi tornare a casa. Per molti abbiamo compiuto un gesto folle e senza alcun senso, altri ci hanno a lungo deriso, ma noi siamo fieri della nostra “doppia trasferta”, perché, non solo saremmo stati gli unici presenti qualora il Brescia avesse giocato, ma, soprattutto, abbiamo potuto pranzare in riva al mare, cosa che in occasione di una partita non avveniva dall’ormai lontana trasferta di Pescara. Per noi il calcio è e resterà sempre un pretesto.
15/12/07 – posted by the Major
La truffa europea
Si è consumata ieri una nuova truffa a danno dei popoli europei. Ventisette capi di Stato o di governo dell’Ue hanno infatti firmato a Lisbona il nuovo trattato. La loro speranza è quella approvarlo in via definitiva, alla fine dei singoli processi di ratifica nazionale che si avvieranno ora, entro le elezioni europee del 2009. Chi pensa però che questo sia un passaggio fondamentale per costruire la grande nazione Europa si sbaglia di grosso. Questa non è l’Europa dei popoli, l’Europa nazione, che peraltro dovrebbe certo comprendere anche la Russia, ma solamente l’Europa delle banche, fondata sull’euro, una moneta coperta da copyright ed emessa da una banca privata senza il controllo degli Stati nazionali. Questa è l’Europa dei burocrati al servizio della grande finanza apolide per sua natura e comunque spesso con in tasca passaporti non europei. La firma del nuovo trattato, approvato dopo mesi di febbrili consultazioni in ottobre al vertice di Lisbona, vorrebbe essere la soluzione “tecnica” a sei anni di discussioni sulla riforma istituzionale dell’Ue, che in primo tempo aveva portato, quattro anni fa, alla adozione della Costituzione europea, poi clamorosamente bocciata dai referendum di Francia e Olanda. Questa, quindi, non è una costituzione e senza una carta costituzionale non si potrà mai parlare di Stato europeo, ma era l’unica soluzione possibile per aggirare nuove probabili bocciature da parte dei cittadini francesi e olandesi. Il trattato non ha bisogno di referendum, anche se la Francia dovrà in proposito fare una riforma costituzionale, già annunciata da Sarkozy. In pratica solo l’Irlanda, per sua regola interna, dovrà passare per le urne e questo ha reso ottimisti gli euroburocrati. Le prima firme apposte sul trattato sono stata quella del premier uscente belga Guy Verhofstadt e del suo ministro degli Esteri, Karel De Gucht. Per l’Italia hanno firmato il presidente del consiglio dei ministri Romano Prodi e il ministro degli Esteri D’Alema. Grande assente alle cerimonia, invece, il premier britannico Gordon Brown, che è arrivato solo nel pomeriggio.
“E’ una giornata veramente molto importante. Due anni fa l’Europa viveva una tragedia completa. Si è ricostruito adagio adagio un momento di unità e adesso si può ripartire”, ha commentato con soddisfazione Prodi. Ripartire per dove? L’Ue continua a fare il cavalier servente degli interessi atlantici, spesso anche contro l’interesse dei popoli europei. Il parlamento di Strasburgo ha poteri limitatissimi e la Commissione, in pratica l’esecutivo, non è eletta dai popoli, ma è espressione dei gruppi di potere che certo non fanno gli interessi nazionali. Se avete dubbi in proposito pensate a quel che fece proprio Prodi quando aveva la poltrona più importante a Bruxelles.
No, questa non è la nostra Europa: non ha forze armate congiunte a difesa della propria sovranità, non ha la proprietà della sua moneta, non ha l’autonomia energetica e alimentare, ma si organizza per avere una polizia del pensiero, un liberticida mandato di cattura “europeo” e leggi contro la libertà di opinione. No, non ci piace proprio. E se lo chiedessero con un voto gli italiani direbbero NO.
Fonte: Rinascita – Quotidiano di liberazione nazionale
05/12/07 – posted by the Major
Alessandro vive!

5 dicembre 1981 – 5 dicembre 2007
Audio: Figlio di un’altra stella - Hobbit
29/11/07 – posted by the Major
Conferenza di Annapolis: tanti lustrini e poca sostanza
Senza scossoni e colpi di scena il summit di Annapolis; una vetrina scintillante per il capo della Casa Bianca che si è creato una opportunità internazionale per salvare l’insalvabile del suo mandato e farsi garante di “pace”. Quella stessa pace cui hanno brindato tutti i partecipanti al summit, Ehud Olmert e Abu Mazen in prima fila, ben consapevoli di aver escluso ufficialmente i reali rappresentanti del popolo palestinese dalle trattative. Il vertice è partito, quindi, monco, non solo per l’esclusione programmata di Hamas, ma anche per la mancanza di una dichiarazione congiunta fra le parti che fissi concretamente il percorso per sciogliere tutti i nodi cruciali della questione. Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema gioisce per “l’impegno di Bush”, il mallevadore dell’ennesimo negoziato-truffa nel nome dello slogan “due popoli, due Stati”. Nella base militare del Maryland il “grande vertice” ha partorito una dichiarazione di intenti per la fondazione di uno “Stato palestinese di Cisgiordania e Gaza” che rimarrà lettera morta. L’entità sionista non tornerà ai confini del 1967, non cederà mai i quartieri arabi di Gerusalemme, non ritirerà le colonie abitate da 250 mila suoi cittadini, la Palestina di Abu Mazen non avrà mai una vera sovranità militare, nazionale. L’unica vera strada è la creazione di un unico Stato, pluriconfessionale, così come vuole la maggioranza dei palestinesi che hanno democraticamente scelto Hamas a rappresentarne le istanze di libertà e giustizia sociale. A Gaza, intanto, il popolo palestinese protesta contro il summit per il Medioriente di Annapolis. A capo delle proteste l’ex-Primo Ministro Ismaël Haniyeh, che rivendica così l’illegittimità di una conferenza per la pace che non rispetterà i diritti del popolo palestinese e arabo, a favore invece degli interessi delle lobbies occidentali e petrolifere.
28/11/07 – posted by Fungo
Treviso: sotto il diluvio orgogliosi di noi!
Sono passati solo sette giorni dalla trasferta in Scozia, eppure ci sembra già lontana, dal momento che siamo ritornati di peso nella cruda realtà italiana, con un po’ di rammarico. La trasferta di Treviso sembra essere un tabù per noi: l’anno scorso è stata la prima dopo i fatti di Catania, oggi lo è dopo la tragica morte di Gabriele Sandri. A differenza della scorsa stagione, quest’anno ci si pone il problema se essere presenti allo stadio Omobono Tenni, se stare a casa o se cogliere l’occasione per andare a Roma a rendere omaggio a Gabriele. Tengo a precisare che noi avremmo voluto esserci in occasione del funerale, evento a cui abbiamo dovuto rinunciare a causa di impegni improrogabili di tutti noi, avendo saputo data e ora troppo tardi. La tifoseria bresciana non adotta una linea comune. Il gruppo Brixia Curva Nord ha deciso di essere presente a Roma con una rappresentanza simbolica; alcuni hanno optato per Treviso, altri sono rimasti a casa. Noi come N.C.F. abbiamo deciso di presenziare in Veneto. Del resto della tifoseria non è compito mio parlare. Neanche a farlo apposta, nel giorno in cui è assente la maggior parte della tifoseria, noi tocchiamo il numero più alto di presenze in trasferta quest’anno. Partiamo da Brescia insieme agli amici di Sanba, che da Desenzano ospitano gentilmente a bordo il ragazzo di Alkmaar, ormai quasi sempre presente. All’autogrill di Desenzano, infine, ci incontriamo con gli altri Brixia (“i vecchi”!) e uno zingaro, che si era nascosto a loro insaputa nel bagagliaio. Il diluvio ci accompagna per tutto il viaggio, rendendo l’autostrada a tratti impercorribile. Poco prima di Padova ci fermiamo nuovamente e facciamo una scoperta alquanto curiosa: all’autogrill sono parcheggiate numerose macchine di esseri dell’est Europa; chiaramente si trattava di arricchiti, sicuramente tutti armati e di ritorno nella loro terra, dopo aver compiuto atti di delinquenza nel nostro paese. Essendo in ritardo ripartiamo dopo non molto. A bordo ascoltiamo come sempre “Radio 24”, per avere informazioni utili riguardo a futuri investimenti e ascoltare i consigli dei vari esperti. Giunti a Treviso lasciamo che i Sanba guidino il gruppo; risultato: due inversioni di marcia e tanti insulti. Arrivati allo stadio scendiamo dalle vetture muniti di ombrelli, fatta eccezione per lo zingaro, ed entriamo nel settore ospiti. Come deciso nei giorni precedenti, per rispetto nei confronti di Gabriele, non portiamo lo stendardo all’interno dello stadio. Prima dell’inizio della gara spendiamo parecchi soldi in caffè borghetti, ma, purtroppo, non riusciamo a svuotare il bar essendo in pochi. Abbiamo avuto notizia che i trevigiani tornano proprio oggi dalla diffida che li aveva colpiti e, finalmente, si fanno sentire; apprezzabili gli insulti che di tanto in tanto rivolgono ad altri settori dello stadio. Noi, dal canto nostro, stiamo in silenzio per quasi tutta la partita, che peraltro guardiamo molto distrattamente. Trascorriamo più tempo ad insultarci e ad osservare lo zingaro; anche per queste ragioni non ci rendiamo realmente conto del risultato alquanto deludente. Durante il secondo tempo, forse a causa del troppo alcool, ci dedichiamo esclusivamente ad insultare Calderoni, il portierone del Treviso, che, sfortunatamente, non sembra lamentarsi più di tanto. Finita la partita c’è chi si intrattiene a fare due parole con i calciatori, mettendo a fuoco la situazione negativa dell’ultimo periodo. Dopo qualche minuto, lasciamo lo stadio e partiamo alla volta di Brescia. Ci fermiamo però a Limenella, solo per il gusto di mangiare qualche schifezza in memoria della Scozia. Da lì, goliardicamente scherziamo durante il tragitto con la macchina di Sanba, finchè li salutiamo all’altezza di Desenzano, dove si fermano a lasciare l’amico di Alkmaar. Così, anche questa trasferta atipica ha fine, aspettando Ascoli vedremo come si evolveranno le cose, ben consapevoli che ormai alla normalità non si tornerà più, per fortuna.
28/11/07 – posted by the Major
Giustizia ingiusta
La legge è uguale per tutti. Questo è quanto sta scritto nelle aule dei tribunali italiani, ma, purtroppo, non è così. Queste due storie ne sono un esempio lampante. Il protagonista della prima è un detenuto ultranovantenne, condannato dalla legge italiana per un reato presumibilmente commesso nel 1944 ovvero 63 anni fa. Chiunque sarebbe un uomo libero da tempo, se non altro per la vetusta età, ma il protagonista di questa storia non è uno qualsiasi, si chiama Erich Priebke ed è stato condannato per quei cinque ostaggi in più uccisi dai tedeschi alle Fosse Ardeatine rispetto alla rappresaglia dichiarata. Lo scorso giugno il tribunale militare di sorveglianza concesse al condannato, che stava scontando la pena agli arresti domiciliari, il permesso di recarsi giornalmente presso lo studio del suo avvocato dove avrebbe svolto il suo lavoro. Scoppiò il putiferio e così dopo pochissimi giorni il provvedimento venne sospeso in seguito al ricorso del procuratore militare di Roma Intelisano. L’altro giorno è arrivata la sentenza della prima sezione penale della corte di Cassazione: Priebke resta ai domiciliari, ogni possibilità di lasciare l’appartamento dove è ospitato rimane preclusa. Il protagonista della seconda storia è invece un giovane rom di 22 anni, Marco Ahmetovic, che lo scorso 23 aprile si mise alla guida completamente ubriaco e travolse ed uccise con il suo furgone quattro ragazzi italiani, tutti in età compresa tra i 16 e i 19 anni. In primo grado è stato condannato a sei anni e mezzo di reclusione per omicidio plurimo colposo ma, chissà perché, non sta in carcere ma agli arresti domiciliari. Non potendo però stare nel suo domicilio, perché non ce l’ha, è stato ospitato, con i nostri soldi, in un più che dignitoso residence di San Benedetto del Tronto. Già questo basterebbe per procurare indignazione, ma il bello, anzi il brutto, deve ancora arrivare. Nei pochi mesi di reclusione il pluriomicida ha scritto un libro che ha immediatamente trovato un editore, che conta evidentemente di sfruttare la notorietà dell’autore per fare quattrini. Ma non basta ancora. Ahmetovic si sta preparando a diventare modello e testimonial di una nuova linea di abbigliamento (“Romjeans”). Sui pantaloni femminili saranno stampati coltelli e pistole, su quelli maschili verranno invece riprodotte scene di vita Roma, cioè la richiesta dell’elemosina. Per questa attività Ahmetovic ha firmato un contratto che gli frutterà 30mila euro e già si è fatta sotto un’altra azienda che lo vuole protagonista di alcuni spot che promuovono i suoi occhiali. Ahmetovic è però ai domiciliari. Nessun problema: chiederà (ed otterrà) i permessi necessari per potersi recare sul set e girare gli spot.
Non c’è dubbio: la legge non è uguale per tutti.
Fonte: Rinascita – Quotidiano di liberazione nazionale
22/11/07 – posted by Fungo
N.C.F. ON TOUR in Scotland
Da tempo avevamo deciso di iniziare a girare l’Europa al seguito della nazionale. Purtroppo, da quando si è costituito N.C.F., si sono presentate poche occasioni per muoverci e diversi problemi personali; pertanto, rimanevano nei ricordi solo le precedenti esperienze. Questa volta, dal momento che si trattava dell’ultima gara ufficiale in trasferta prima dell’europeo, ci siamo impegnati tutti per esserci, indipendentemente dal fatto che si giocasse in Scozia; in effetti, siamo stati quasi al completo.
Giorno 1 - Il nostro gruppo, alla partenza, è costituito da undici elementi e quindi raggiungiamo con tre diverse vetture l’aeroporto di Bergamo. Ovviamente, riusciamo ad arrivare in ritardo anche questa volta, a causa di chi ha raggiunto Brescia in pullman. Fuori dall’aeroporto troviamo il nostro amico di Alkmaar venuto a salutarci, trovandosi per altre ragioni nelle vicinanze. All’interno, dopo aver ritirato i biglietti, ci dividiamo: chi compra quotidiani di informazione economica, chi cambia i soldi facendosi fregare più di cinquanta euro, chi rivela di aver portato panini, che vengono prontamente buttati nel cestino più vicino e, soprattutto, chi ha una valigia da zingaro con la cerniera rotta, che compromette la sua partenza. Passati i controlli, scopriamo che con noi viaggeranno l’ideatore di “Striscia lo striscione” (non ricordo il nome) e anche alcuni ragazzi di Bari, piuttosto coloriti. Ovviamente la priorità ci fa saltare la coda all’imbarco e, una volta sull’aereo, ci rendiamo conto che tra alcuni presenti c’è chi ha un autentico terrore del volo, chi non ha mai volato e chi invece spera nel guasto. Il viaggio sembra infinito, tra birre, giornali, cori e continui richiami da parte del personale di volo. Giunti in terra scozzese veniamo accolti dal grigiore che caratterizzerà l’intero weekend. Il personale di terra è caratterizzato da parrucche e strani cappelli; probabilmente, valutando la media dei tifosi italiani, pensavano fosse un’usanza di casa nostra vestirsi così, in modo impresentabile. Dopo pochi minuti prendiamo il treno per raggiungere Glasgow. A bordo facciamo conoscenza con un tifoso scozzese che ci da’ qualche dritta su come muoverci in città e ci consiglia qualche pub; inoltre, una volta arrivati a Central Station, ci indica come raggiungere brevemente l’ostello. Da sottolineare che durante il viaggio non ha fatto altro che dormire e bere lattine di birra alla goccia. Appena entrati all’ostello c’è subito da discutere con il personale per riuscire a pernottare lì entrambe le notti e, dopo mezz’ora di trattative, raggiungiamo la nostra stanza. Giusto il tempo per depositare le valigie che subito scendiamo al pub interno e iniziamo a bere. Attendiamo un amico di Verona, che starà con noi fino a dopo la partita, prima di muoverci per le vie della città e dare inizio alla serata, nonostante sia ancora pomeriggio. Andiamo subito al pub indicatoci dal ragazzo del treno, dove alcuni di noi cenano, tra birre e musica. Da ora in poi posso affermare che perdiamo letteralmente la cognizione del tempo. Dopo poco lasciamo il locale, non considerandolo all’altezza, e ci dirigiamo per le vie del centro, entrando in un pub dove alcuni di noi passeranno gran parte della serata. Qui ci dividiamo: alcuni, ormai sotto l’effetto delle numerose birre che non mollano dall’arrivo, conoscono un gruppo di scozzesi con i quali assaggiano ogni tipo di alcolico disponibile, tra cori, insulti verso inglesi e francesi, e dimostrazioni che sotto il kilt non indossano nulla; altri, invece, vanno a cena in posti di classe; infine, un gruppetto, non conoscendo la cultura locale, mangia interiora di pecora. Ci ricompattiamo all’esterno del pub: chi era andato nel posto di classe si ritrova davanti agli occhi scene pietose: persone che urinano nei vicoli, altri che ballano con vecchie ciccione con due birre in mano. Da lì ci muoviamo in diversi locali; da sottolineare che un paio di noi, che non conoscono affatto l’inglese e parlano a mala pena l’italiano, si sono seduti in una pizzeria, dove hanno vomitato l’anima poco dopo aver ordinato, non si saprà mai cosa. In seguito decidiamo di far visita al night, ma, a causa di uno zingaro che non è riuscito a darsi un tono presentabile, non ci fanno entrare, notando il suo evidente stato di ubriachezza. Quindi entriamo in un locale notturno dove stiamo per un po’, continuando a bere, vedendo persone strane e due vecchi ubriachi particolarmente curiosi. Nuovamente ci separiamo. Un paio di noi vanno in una discoteca, mentre gli altri, che non sono stati fatti entrare per ubriachezza molesta, tornano verso l’ostello. In camera ovviamente non si dorme: ci picchiamo tra di noi, ci insultiamo, c’è chi vomita, chi si fa la doccia, chi prende il materasso e decide di accomodarsi in bagno. Dopo diverse ore, non so come, ci addormentiamo.
Giorno 2 – Trascorse non più di quattro ore di sonno ci svegliamo per iniziare quello che sarà il giorno più lungo e pieno di avvenimenti. Facciamo colazione all’ostello, tra negri e zingari (quasi tutti italiani, chiaramente!) ma, visto che non soddisfa tutti, ci si dirige verso altri locali. Alcuni di noi fanno colazione in un pub vicino all’ostello, mentre altri spendono venti sterline a testa per farla in un posto altolocato, senza chiaramente mangiare nulla di ciò che hanno ordinato. Fuori da questo locale, in orario mattutino, notiamo una troia nuda che vuole farsi fotografare; ovviamente non esitiamo dall’esaudire il suo desiderio. Alcuni di noi fanno qualche piccola spesa, mentre decidiamo di prendere posto in un pub, aspettando l’ora di partire per lo stadio. Lo facciamo in stazione dove dall’alto osserviamo una situazione alquanto emblematica. Tra birre e hamburger, notiamo quanto gli italiani, o meglio gli italioti, siano un popolo genericamente rozzo, sporco, mal vestito. Tra questi spicca un gruppo di baresi che porta alto l’onore della città d’origine anche in Scozia. Dopo quasi tre ore trascorse ad osservare lo squallido panorama salutiamo chi non ha il biglietto dello stadio, in quanto preferisce stare in giro a bere e chi ci raggiungerà più tardi e prediamo il treno. Solo un quarto d’ora di viaggio e raggiungiamo la stazione; poi, a piedi, allo sbando, raggiungiamo l’impianto un paio d’ore prima della partita con i cancelli ancora chiusi. Siamo quindi tra i primi ad entrare. Subito attacchiamo il tricolore della nostra città, anche con il benestare di chi, pur senza ufficialità, gestisce il tifo al seguito della nazionale ormai da anni. Dopo circa mezz’ora in cui le altre città discutono sulle rispettive pezze, arrivano altri ragazzi bresciani. Non entro nel merito della polemica nata, in quanto non credo sia la sede opportuna, ma mi sembra giusto menzionarla, perché ritengo giusto evidenziare la situazione attuale della nostra città, anche al di fuori delle tradizionali divisioni tra gruppi ultras. Un plauso, invece, voglio farlo all’organizzazione locale: per la prima volta ho visto le istituzioni, sia la polizia che gli stewards, lavorare ed attivarsi per far sì che la permanenza all’interno dello stadio sia ottimale per tutti, ultras (che non è un termine che mi piace usare) compresi. Il calore del pubblico scozzese è un qualcosa di indescrivibile. Alcuni di noi avevano già assistito ad una partita insieme ai tifosi del Celtic l’anno scorso, ma quello che offre il pubblico di casa in onore della nazionale è davvero unico ed ammirabile. Ad inizio partita si decide di non cantare per i primi quindici minuti, nel ricordo di Gabriele. Apprezzabilissimo lo striscione scozzese in memoria del ragazzo ucciso due domeniche fa. Ovviamente, il silenzio programmato viene rotto più volte dai soliti parrucconi, che non si accontentano del loro aspetto antiestetico e dei loro striscioni da pizzaioli. Tuttavia il tifo italiano non decolla mai, probabilmente anche a causa della scarsità di tifosi giunti per cantare per la nazionale. Incredibile il pubblico di casa, con cori cantati da tutto lo stadio e il delirio al gol del momentaneo pareggio. Da lodare il fatto che, nonostante la sconfitta, solo pochissime persone abbandonano lo stadio a fine partita. Quasi nessuno si alza dalla sedia prima che i giocatori scozzesi non abbiano ultimato il giro del campo. Noi, all’interno dello stadio, non riusciamo a stare tutti uniti a causa dei controlli effettuati dalla polizia sull’effettiva occupazione del posti a sedere. Dopo la partita lasciamo lo stadio insieme ad altri italiani e torniamo verso il centro. Nell’ostello, per la seconda notte, veniamo sistemati in una camerata da trenta persone insieme a gente di Cosenza (accampati su un paio di divani) e ragazzi di Milano e Como. Lasciamo anche stasera dopo poco l’ostello per cercare un posto dove poter mangiare. Qui vediamo una delle scene più schifose descrivibili del viaggio: oltre agli sporchi che lavoravano dentro il fast food, di cui uno deformato, notiamo un esemplare di semi dawn addobbato con una bandiera indipendentista scozzese, il quale scivola sul pavimento cadendo di faccia e restando per un minuto in terra come un sacco di merda. Dopo essersi rialzato, ha rimesso nel vassoio tutto ciò che gli era caduto e si è seduto da solo a mangiare patatine condite con coca cola. Schifati lo ignoriamo. Dopo la cena torniamo in ostello, visto che il clima che si respira in città non è più quello goliardico del giorno precedente e restiamo al pub di casa nostra. Ma il bello della serata è quasi tutto in stanza, dove si vedono le scene più pazze che si possano immaginare che, per rispetto dei vostri stomaci, non racconto. Posso solo dire che, tra gente che dormiva nel letto vestita ancora con gli anfibi ai piedi, c’erano due scozzesi in kilt che dormivano in un letto di mezza piazza sotto uno dei nostri. Stanotte, forse perché stremati, riusciamo a dormire più della sera precedente, anche se in realtà un paio di noi stanno fino all’alba a bere con i ragazzi di Como.
Giorno 3 – Dopo la nottata ci svegliamo e abbandoniamo definitivamente l’ostello. Entriamo nel primo pub e facciamo una colazione tipica scozzese. Con nostra sorpresa non vendono alcolici fino a mezzogiorno, quindi un po’ schifati ordiniamo succo d’arancia. C’è chi si lava nei bagni del pub non avendo potuto farlo nei bagni della camerata, ridotti ad un ammasso di vomito ed altro. Ci dirigiamo in stazione e compriamo i biglietti per il ritorno, sistemandoci ancora in un pub attendendo di partire. Sul treno del ritorno succede un po’ di tutto. Tra chi ci prova con una bionda ma perde l’occasione a causa dei comportamenti beceri degli altri e chi, con la caduta della sua valigia, rischia di ammazzare una vecchia seduta. In aeroporto finalmente possiamo mangiare, ma soprattutto bere birra, che torna a scorrere per l’ultima volta in terra scozzese. Forse a causa degli effetti della birra uno di noi spende quasi cento sterline in whisky, ricevendo insulti un po’ da tutti. In aereo, infine, succede inaspettatamente il delirio. A parte la conoscenza e l’intenso rapporto con le hostess che inizialmente abbiamo scambiato per scozzesi e in realtà erano di Bergamo, blocchiamo il carrello con il cibo all’altezza dei nostri posti a sedere, dove compriamo ogni cosa possibile, spendendo tutto, per il solo gusto di ordinare esclusivamente le cose più care. Arrivati in aeroporto recuperiamo i bagagli e ci salutiamo. Sono stati tre giorni intensi, lunghi ed indimenticabili. Chiaramente non si è potuto riportare tutto, per ovvi motivi. Un ringraziamento a tutti i presenti, dandoci appuntamento a sabato alla volta di Treviso.
13/11/07 – posted by the Major
Altre vergogne dopo l’assassinio di Gabriele Sandri
Le autorità ci hanno annunciato che l’agente della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri sarà incriminato per “omicidio colposo”. Che è come dire che aveva dimenticato di mettere la sicura, gli era caduta la pistola dalla fondina, nella caduta dell’arma era partito accidentalmente un colpo e si era verificata una disgrazia. Un testimone oculare però ha visto il prode tiratore, che la polizia definisce “esperto”, salire su una montagnola, impugnare l’arma a due mani e fare fuoco. Allora, bontà loro, ci fanno sapere che l’uccisore potrebbe anche essere processato per “omicidio preterintenzionale”. Il reato in realtà è palesemente quello di “omicidio volontario non premeditato” che, con tutte le attenuanti del caso, prevede pene abbastanza severe. Ma la volontà di copertura dello sceriffo della domenica persiste.
Scontri provocati - Una nebulosa si è aggiunta a fare da fumogeno ai nostri occhi: si tratta degli scontri di domenica sera a Roma. Che questi scontri siano stati auspicati se non proprio provocati dalle autorità è palese. La partita anziché essere vietata dalla mattina lo è stata solo alle 17. La notizia è stata resa pubblica solo dopo le 18 quando i tifosi romanisti erano già in cammino per lo stadio e si trovavano ad attraversare la fiaccolata indetta dai laziali in onore di Gabriele. In precedenza, per ore e ore, in televisione erano state dette tante e tali di quelle ignobili falsità da eccitare obbligatoriamente gli animi anche dei più pazienti e dei più moderati. La decisione di far svolgere le partite a differenza di quanto era accaduto dopo la morte (che, ribadiamo, ancora non si sa chi abbia provocato e come) del commissario Raciti, è servita solo ad incendiare le polveri. Cosa che si sarebbe potuta evitare ugualmente se non fosse stata presa la decisione discrimninate, offensiva e razzista di vietare il minuto di silenzio in onore di Gabriele.
Piroette ipocrite - La serata romana è stata serata di incidenti. Eppure nessuno ha rimarcato che, a differenza di quanto aveva commesso la forza dell’ordine ad Arezzo, una folla inferocita e fuori di sé ha fatto danni ma non ha fatto male a nessuno. Il giorno dopo, con un’ipocrisia dialettica che la dice lunga sul valore umano di chi l’ha utilizzata, responsabili del Palazzo e alcuni giornalisti hanno rovesciato la frittata affermando in sostanza: “l’uccisone del ragazzo è un fatto grave ma gli incidenti della sera sono un fatto intollerabile”. Con una piroetta hanno rovesciato la situazione e detto esattamente l’inverso di quello che dovevano dire, perché casomai gli incidenti di domenica sera sono un fatto grave ma l’omicidio ingiustificato di un ragazzo che se ne stava tranquillo nella sua macchina in un’area di sosta dell’autostrada è intollerabile.
La “destra eversiva” - Pennivendoli e mediosaltimbanchi agli ordini della Ceka hanno poi fantasticato parlando di “piani eversivi” e di attacchi delle destre estreme all’ordine pubblico mediante il calcio. A giustificazione di questi deliri la tesi secondo la quale tutto il tifo organizzato sarebbe di estrema destra; cosa, questa palesemente falsa e, casualmente, ancor più falsa riguardo i protagonisti della domenica, visto che proprio a Bergamo, dove ha impedito la ripresa della partita, la tifoseria è orientata a sinistra. Lo spauracchio del terribile congiurato con aura satanica però è ben utile e ritorna sempre quando un ceto di regime è in difficoltà. Questa formula la inventò già a suo tempo il clero per cercare di far passare il concetto che le rivolte generali al suo impianto governativo non dipendessero dalle crepe del medesimo e dall’inadeguatezza dei vertici ma da un cattivo che cospirava nell’ombra. E questi nuovi officianti capitalmondialisti ci ripropongono sempre il medesimo schema. Non sono il disagio sociale, il deserto culturale, il malgoverno, il disprezzo dei funzionari “buonisti” verso l’uomo, la dittaura del caos organizzato e proibizionista a scatenare la rabbia: sono dei congiurati (possibilmente nazifascisti) a far di tutto perché ci siano disordini. Così, perché piace.
Terroriosmo! - Per i quattro ragazzi arrestati domenica sera in appendice a scontri e devastazioni il Palazzo inoltre ha deciso che si formalizzerà il reato di “terrorismo”, neanche avessero sparato o lanciato bombe. Magnifico! Se uno di questi giorni prenderanno con le mani nel sacco un tizio, islamico o non islamico, che ha fatto saltare una metropolitana per conto dei servizi occidentali allora di cosa lo incrimineranno? Elementare Watson: di omicidio colposo!
12/11/07 – posted by the Major
10/11/07 - posted by the Major
In alto i cuori, Massimino!

10 novembre 1958 – 10 novembre 2007
Audio: Punto di non ritorno – Massimo Morsello
09/11/07 – posted by the Major
Berlino, 9 novembre 1989
Il 9 novembre 1989 è annunciato il collasso della DDR e la caduta del Muro di Berlino: la Germania si appresta ad unificarsi di nuovo dopo lo smembramento causato quarantacinque anni prima dalle potenze che l’hanno invasa. Il muro è esistito dal 13 agosto 1961 fino al 9 novembre 1989. Durante il periodo di esistenza del muro vi furono circa 5000 tentativi di fuga coronati da successo verso Berlino Ovest. Nello stesso periodo varie fonti indicano in un numero compreso tra 192 e 239 i cittadini della Germania Est uccisi dalle guardie mentre tentavano di raggiungere l’ovest e molti altri feriti. Il primo a pagare con la vita il suo tentativo di fuggire fu Gunter Lutwin. Il più famoso tentativo fallito fu quello di Peter Fechter a cui spararono le guardie di confine della DDR il 17 agosto 1962 e fu poi lasciato morire dissanguato nella cosiddetta striscia della morte davanti ai media occidentali. L’ultimo cittadino ad essere ucciso mentre tentava la fuga fu Chris Gueffroy, il 5 febbraio 1989, mentre cercava di scavalcare il muro presso Nobelstrasse. Aveva poco più di vent’anni, era nato il 21 giugno 1968, una croce lo ricorda, insieme a tante altre, in piazza 14 marzo alle spalle della porta di Brandeburgo. Il 23 agosto 1989, l’Ungheria rimosse le sue restrizioni al confine con l’Austria e nel settembre 1989 più di 13000 tedeschi dell’Est scapparono attraverso l’Ungheria. Le dimostrazioni di massa contro il governo della Germania Est iniziarono nell’autunno del 1989. Il leader della DDR Erich Honecker si dimise il 18 ottobre e venne sostituito pochi giorni dopo da Egon Krenz. Honecker aveva predetto nel gennaio dello stesso anno che l’esistenza del muro sarebbe stata assicurata per più di cento anni. Si sbagliò di 99 anni. Non appena costruito, fu denominato “Muro di protezione anti-fascista”, da parte del governo dell’allora Repubblica Democratica Tedesca; i berlinesi, invece, lo chiamarono “Schandmauer”, che significa letteralmente “Muro della vergogna”.
03/11/07 – posted by Minicioppu
Old football days
Se il calcio fosse un vecchio amico di cui ho perso le notizie da tanto tempo, con molta probabilità, rincontrandolo dopo tanti anni, non l’avrei riconosciuto. Sono stato accusato tante volte di vivere nel passato, non mi piacciono tante cose del cosiddetto mondo moderno, perché dovrei far ascoltare i fatti miei parlando al cellulare in autobus o sul treno e perché dovrei andare in un supermercato per comprare cose di cui non ho bisogno, solo spinto dalla pubblicità. La cosa peggiore che ti può capitare, nel mondo del calcio moderno, è sedere allo stadio vicino a qualcuno di questi fissati con i nuovi telefoni cellulari che non fanno altro che chiamare i propri amici “ mi puoi vedere ?” o che riprendono filmati in diretta da mostrare con orgoglio una volta tornati a casa, per sentirsi parte dell’evento. “Bloody hell” tutti ti stanno guardano e tutti hanno capito che sei un idiota! Il fatto è che il mondo del calcio sta cambiando tanto velocemente. Io non accuso i giocatori per le cifre enormi che sono venuti a guadagnare, ma accuso chi ha reso possibile tutto questo. Dopo la partita con il Chelsea, la pioggia che stava cadendo a catinelle e l’atteggiamento dell’arbitro avevano reso la giornata ancora più miserabile. La pioggia mi scendeva nelle spalle, dentro la mia giacca ed avevo nelle scarpe una poltiglia, così decisi di aspettare ad uscire e mi sono recato nella tribuna centrale per ripararmi, giusto in tempo per sapere da uno steward che non potevo stare lì. Ho chiesto il perché e mi ha risposto che i giocatori stavano per uscire e che mi dovevo spostare. Mentre mi allontanavo lungo la Anfield Road, ho visto tanti giovani adolescenti con le loro foto, i loro gagliardetti o qualcosa di costoso comprato nello shop del Liverpool Fc in cerca di un autografo da parte dei propri campioni. Ovviamente nessuno è riuscito nell’impresa. Le superstars sono uscite nelle loro macchine lussuose sorvegliate dagli stewards che li stavano proteggendo da questi “elementi pericolosi”. Ho pensato che queste cose ai miei tempi non accadevano. Ho sentito di un giocatore di quarta divisione uscire dalla stadio con una jeep da 60.000 sterline, pronto per andare nel locale più alla moda della città. Mi ricordo invece di quando un giocatore di quarta serie, usciva con la sua Ford popular, tra gli applausi dei tifosi, felice per non dover tornare a casa con l’autobus di linea. Ho passato tante giornate, da adolescente al campo di allenamento del Liverpool Fc e ho parlato tante volte con Ian Rush, Tommy Smith, Terry McDermott… Molti di loro erano giocatori di classe internazionale ma non dimenticarono mai le loro radici. Mi ricordo di quando Ronnie Morand insieme ad altri suoi compagni di squadra venne nel pub a Scotty Road per farsi una birra insieme a noi tifosi della kop.
Penso proprio che se non avessi visto il calcio per tanto tempo oggi non lo riconoscerei davvero. Oggi poi c’è la televisione che ti mostra ogni possibile rigore centinaia di volte, da ogni angolazione, poi c’è l’esperto che ti spiega perché il Liverpool fc ha giocato male, anche se non ha mai messo piede in una gradinata e l’allenatore appena retrocesso e cacciato dalla sua squadra che dà i suoi pareri tecnici e fa le sue analisi professionali. “Mmm…interessante ma se sei così bravo perché sei retrocesso ?” Mi ricordo di una trasferta a Londra, in treno, dove nelle carrozze di prima classe c’era la squadra del Liverpool Fc. Skankly, l’allenatore di allora, disse ai giocatori di andare nei vagoni dei tifosi per caricarsi e per fare quattro chiacchiere e di quando un’altra volta nella Euston Station incontrammo la squadra di ritorno da una trasferta. Skankly tirò fuori un pallone e nel piazzale giocatori e tifosi tirarono quattro calci. Oggi i giocatori avrebbero paura di rovinare le loro scarpe all’ultima moda. Prima delle partite i giocatori oggi arrivano dentro i loro pullman con i vetri oscurati, in modo che nessuno dei tifosi che li ha pazientemente aspettati possa riconoscerli. Perché tutto questo?
02/11/07 – posted by the Major
Il caso Reggiani: vivono banchettando sui morti
Se Sartre fosse vivo straccerebbe “La nausea” perché superata dallo schifo. Non esiste un fondo del precipizio, e questo lo sapevamo, ma ogni giorno che passa l’indecoroso spettacolo dei saltimbanchi nostrani oltre a farci torcere le budella ci lascia attoniti; ci viene da chiederci, pizzicandoci: “ma davvero?”. La tragedia di Giovanna Reggiani, la donna che a Roma è stata aggredita, scippata, forse violentata e comunque uccisa da un romeno è stata lordata da un vergognoso intrecciarsi di patetiche farse.
Il governo? - Non sappiamo chi sia stato più osceno. Il governo? Quello che con la legge Ferrero si appresta a trasformare le nostre città in un’immensa bidonville eppure si scandalizza per quest’anteprima e“risolve” il problema con il decreto per la possibilità di espulsione dei cittadini comunitari. E via di gran cassa quasi fosse stato deciso qualcosa di rivoluzionario quando, invece, l’espulsione per i cittadini comunitari è sempre esistita (io, ad esempio, sono sotto espulsione dall’Austria). Buffoni!
L’opposizione? - Ma l’opposizione? S’indigna Fini, che ha firmato la precedente legge pro-immigrazione; alza la voce invece di starsene zitto. E con lui tutti quelli che “l’avevo detto io” e invece non avevano detto e fatto un fico secco. O, quando avevano combinato qualcosa, avevano solo procurato danni.
La Chiesa? - Il cardinale Ruini suona il campanello d’allarme. Pochi mesi orsono parlava però con toni trionfali del ruolo svolto dalla Cei nel favorire l’ingresso degli stranieri e ci spiegava orgoglioso che quasi la metà dell’otto per mille devoluto alla Chiesa cattolica viene utilizzato allo scopo e ciò con la principale beneficiaria, l’associazione Migrantes della Caritas che si vanta di propugnare la “reciproca contaminazione” tra etnie e culture.
I giornalisti? - I giornalisti che mestiere fanno? Ieri sono andati a intervistare zingari, romeni, albanesi, macedoni; questi, tutti, nessuno escluso, hanno espresso ostilità per gli altri gruppi etnici. Vivono in rigorosa apartheid; il paradiso universale che i profeti religiosi o laici del Mondialismo continuano a esaltare è una miserrima ghettizzazione multirazzista contrassegnata da odi etnici e da guerre tra poveri. Benché questo sia il quadro universalmente offerto dai protagonisti, nessuno degli intervistatori o dei commentatori se n’è accorto. Distrazione, mala fede o idiozia? Le tragedie si moltiplicheranno e loro, i giornalisti, che potrebbero dare subito l’allarme, si accontenteranno invece di fare puntualmente gli avvoltoi lacrimosi di ogni dramma futuro anziché impegnarsi per scongiurarlo per tempo.
Le destre estreme (e la Lega)? - Gli oppositori radicali cosa dicono? Luoghi comuni, sensazionalismo, ricerca di capitalizzazione dell’indignazione ma ben poco di concreto. Proposte e soluzioni? Qualcuno le offre ma i più preferiscono partecipare alla commedia, al gioco delle parti, proporre quel sensazionalismo trinariciuto che serve a fare da contrappeso all’indignazione popolare per consentire ai “decisori” di non far nulla. Tra due mali in genere si alzano le braccia...Certa destra estrema (o muscolare) ha una funzione cardine nell’impedire qualsiasi soluzione e, quindi, nel consolidare il fenomeno che critica. Di fatto sembra che si compiaccia dell’esistenza di questa forte frizione sociale che punta più a sfruttare elettoralmente che non a risolvere.
L’estrema sinistra? – Dov’è finita la retorica sociale in favore dell’immigrato, buono in quanto tale perché proletario internazionale? Si tratta di un’immagine a metà tra il bucolico e il grottesco, di una delle dogmatiche concezioni demenziali di cui sovrabbonda la retorica pseudomarxista; ma il coraggio di difenderla l’hanno perso? Dov’è finita la grinta della sinistra radicale? Ma quale grinta? Ma quale sinistra? Assente e silente. Aspettando che smetta di piovere.
Il sindaco di Roma? – L’oscar, nello specifico, spetta comunque al sindaco Veltroni. Innanzitutto la gaffe di pessimo gusto e di cattivissimo augurio di far giocare Roma e Lazio con il lutto al braccio quando la Reggiani era ancor viva; una vergognosa e ignobile messinscena decisa per dare un “segnale” mediatico. Tanto per un sindaco che sta lasciando dissestare completamente la città, dai palazzi ai marciapiedi, ma intanto spende milioni di euro per i “circenses” quel che conta è solo l’immagine. Il cinismo paga e Veltroni lo sa. Così l’operazione di polizia nella trashville tra Tevere e Aniene, la baraccopoli che era stata da tempo denunciata dal Messaggero (vuoi vedere che il Palazzinaro ci ha messo gli occhi sopra?) ha preteso che fosse compiuta puntualmente ieri, mentre la Reggiani ancora lottava per la vita. Prima non ci aveva pensato l’uomo “nuovo” della politica italiana. Al suo posto qualsiasi persona con un briciolo di pudore starebbe ancora vergognandosi. Ma Veltroni no; lui non sa cosa sia la vergogna e già ce ne eravamo accorti con l’obbrobrio sacrilego commesso sull’Ara Pacis. Di certo il sindaco della capitale nella gestione della tragedia Reggiani è andato più in là, più in basso di chiunque altro. Davvero un record!
Domani gli avvoltoi - Fra qualche giorno i riflettori si spegneranno e si riaccenderanno solo alla prossima tragedia che sarebbe sì evitabile ma che tutti si stanno invece operando per rendere inevitabile. E, come ieri, tutti, nessuno escluso, svolazzeranno sul prossimo cadavere da puntuali avvoltoi. A noi resterà solo nel palato questa sensazione di schifo generale, totale, verso tutto e verso tutti, questo schifo che nessun Sartre metterà in prosa ma che avvolge ogni cosa che si esprime in questo Paese oramai da Quinto Mondo, perlomeno nel fattore decoro e dignità.
01/11/07 – posted by the Major
Brescia città di frontiera
Sono quasi quattro milioni gli immigrati regolari in Italia, secondo l’ultimo rapporto della benefica Caritas di qualche giorno fa: un numero aumentato del 21,6 % (pari al 6,2% della popolazione complessiva) in un anno e tale da collocare l’Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra venti anni gli stranieri a dieci milioni ed oltre.
Quando si tratta il fenomeno dell’immigrazione, si sa bene che Brescia non è seconda a nessuno, e, come ogni anno, sono i dati a confermarlo. Gli immigrati presenti nella provincia di Brescia sono 165 mila (senza chiaramente contare gli irregolari) e, di questi, oltre 28 mila risiedono in città. Questo significa che la presenza è pari al 13,5% su tutta la provincia e sfiora il 15% a Brescia: sono oltre 140 le cittadinanze rappresentate e, con loro, sono aumentate di gran numero le varie osservanze religiose. Analizzando la situazione degli ultimi decenni, si può constatare che si tratta di una crescita continua, partita quasi in sordina alla fine degli anni ottanta, con poco più di duemila presenze in città, ed arrivata oggi, con 28.639. Ancora qualche dato: il 10% dei matrimoni celebrati a Brescia è misto e, dagli ultimi dati sulla compravendita di immobili, risulta che la nostra provincia è la prima realtà locale italiana per transazioni con l’acquisto di immobili da parte di stranieri, con il 21,5% di tutte le transazioni avvenute nel Bresciano. Non si può tralasciare, inoltre, un altro dato estremamente significativo ed allarmante: il 34% delle nascite nella nostra provincia sono costituite da figli di immigrati, come il 22% degli studenti che siedono sui banchi delle nostre scuole. Non a caso, ovviamente, Brescia è stata scelta lo scorso 27 ottobre come sede per la manifestazione nazionale degli immigrati del centro-nord.
Cittadino fermati, guarda di qua…ferma, non nasconderti, è la tua città!
31/10/07 – posted by the Major
Un trasferta interessante
Come la scorsa settimana, anche questa si gioca di martedì sera. La differenza sostanziale, però, è che si va al mare, in quel di La Spezia. Le condizioni meteorologiche non sono le più adatte per una serata marittima, ma, d’altra parte, non penso che avremmo comunque avuto il tempo materiale per fare un bagno o passare qualche ora in spiaggia. A causa di problemi di varia natura, noi non siamo al completo. Tuttavia, come prestabilito, il Brixia affronta la trasferta in macchina e, considerando il turno infrasettimanale ed altre circostanze, siamo in numero discreto e di qualità; io sono in macchina con altre due persone, tenendo chiaramente i contatti con alcuni, partiti prima di noi, e altri, in viaggio da Milano: tutti un po’allo sbando. Il tragitto scorre via liscio, senza particolari incombenze, a parte la forte pioggia che ci accompagna da Brescia fino in terra ligure. Giungiamo allo stadio a partita iniziata e lì abbiamo occasione di incontrarci con gli altri già arrivati in precedenza. Purtroppo la Leonessa subisce una sconfitta che brucia, ma i ragazzi hanno lottato in campo e si sono fatti decisamente valere fino al ’90, meritando gli applausi sotto il nostro settore. Dopo la partita, come in occasione della trasferta di Lecce, lascio lo stendardo nelle mani dell’unico ragazzo di noi che sarà presente a Bari, sicuramente in ottima compagnia. Durante il viaggio di ritorno ho potuto personalmente verificare quanto sia vero ciò che si dice in merito agli insegnamenti che ti possono offrire persone più vecchie, con maggiore esperienza della tua. Di solito, nel corso di lunghe trasferte, può capitare di conoscere meglio alcuni presenti, grazie alla grande quantità di tempo che si può e si deve trascorrere insieme, ma, in questo caso, sono bastate un paio d’ore per rendermi conto di quanto sia interessante ed utile avere la possibilità di dialogare e discutere con un certo tipo di persone. Che altro dire…purtroppo molti di noi hanno dovuto rinunciare alle due trasferte al sud per una serie di problemi, ma tutti aspettano febbraio, quando si potrà svernare a Messina. Ma, prima del mare siciliano, ci attende un altro week-end di riguardo. Saluti
29/10/07 – posted by the Major
Mario Zicchieri presente!
E’ il pomeriggio del 29 ottobre 1975 quando un gruppetto di ragazzi si accinge ad aprire, come tutti i pomeriggi, la sezione Prenestino del MSI in via Erasmo da Gattamelata a Roma. Stanno chiacchierando voltando le spalle alla strada quando arriva un’auto, un finestrino si abbassa, ne esce la canna segata di un fucile che esplode pochi, rapidi colpi, centrando in pieno il gruppo di ragazzi. La micidiale scarica di pallettoni uccide sul colpo Mario Zicchieri, detto “Cremino” per la sua corporatura esile, studente-lavoratore di sedici anni e ferisce Mario Lucchetti, quindici anni. Così, sulla scena “politica” fa la sua comparsa per la prima volta il fucile a canne mozze di chiaro ascendente mafioso e la vile strategia omicida che ricorda i gangster americani degli anni ‘30. Ma l’azione (lo si scoprirà quindici anni dopo a seguito delle confessioni dei brigatisti Seghetti e Morucci) era stata studiata a tavolino “per incutere timore ai militanti di destra i quali, nonostante le ripetute aggressioni subite, non davano segni di cedimento”. Zicchieri è la più giovane vittima di quegli anni e ancora oggi vengono i brividi pensando che si era avvicinato alla destra solo da pochi mesi, sull’onda emotiva dell’uccisione di Mantakas. Per lui non ci fu giustizia, come per la maggior parte dei camerati assassinati. Gli esecutori materiali del delitto sono ancora tra noi, ma il suo sorriso è più forte del loro ghigno.
29/10/07 – posted by the Major
Dogui one of us!
Guido Nicheli, meglio conosciuto come il Dogui, è morto ieri, il 28 ottobre 2007 a Desenzano del Garda per un ictus. Il ruolo che l’ha meglio contraddistinto nel suo percorso cinematografico è sicuramente quello del “cumenda”, interpretato in diverse pellicole, archetipo del ricco imprenditore lombardo, donnaiolo e razzista, caratterizzato da un particolare accento milanese. Questo personaggio è stato consacrato definitivamente, dopo tante commedie all’italiana sul grande schermo, nella serie televisiva I ragazzi della Terza C con il nome de “il Zampetti”, commerciante di salumi, che ha fatto la fortuna di Nicheli e assieme lo ha imprigionato in uno stereotipo di gran successo popolare, con persino dei fans club. Tra i film più noti, si ricordano inoltre, Fantozzi 2000-La clonazione, Eccezzziunale…veramente, Sapore di mare, Panarea, Abbronzantissimi, Vita Smeralda e le varie “Vacanze” dei fratelli Vanzina (da Vacanze di Natale 1983 a Vacanze sulla neve 2000). Negli ultimi anni Guido Nicheli ha vissuto a Brescia ed ha interpretato ruoli in telefilm e promozioni televisive. Guido Nicheli è riuscito a morire senza invecchiare, perché i cummenda hanno da sempre la stessa indefinita mezza età, sono stempiati da anni e hanno la parlata finto giovanile che toglie coordinate: «Hei animali, levate l’ancora, do you understand?». Parlava così, anche fuori copione perché le battute gliele hanno scritte addosso e le sapeva portare, con quell’accento lombardo diventato dopo di lui un modo di essere, un concentrato di Anni Ottanta che ha resistito al politicamente corretto.
Ciao Dogui, sempre nei nostri cuori!
25/10/07 – posted by the Major
Budapest: un monumento infame
Un presidio permanente in piazza Szabadság ricorda agli ungheresi l’occupazione militare di Mosca. Nel 1945, l’estremità nord della piazza, un monumento alla sovranità nazionale, il tricolore magiaro, veniva abbattuto per fare posto ad un solenne monumento militare sovietico. Poche centinaia di metri più in là, sullo sfondo, si staglia la sagoma del Parlamento, quasi a simboleggiare la decennale connivenza tra potere politico locale e l’Unione sovietica. Una contiguità che oggi gli ungheresi non vogliono dimenticare: nell’occhio del mirino c’è l’attuale governo di Ferenc Gyurcsany, diretto erede del comunismo magiaro fedele a Mosca e oggi rappresentante di quella socialdemocrazia figlia dell’adeguamento al trionfo del capitalismo liberista dei tempi odierni, in linea con tutti i partiti ex comunisti occidentali.
Non sorprende, quindi, che ogni anno, durante le ricorrenze della rivoluzione antisovietica del ‘56, i manifestanti nazionalisti tentino di abbattere questo monumento. E come sempre, anche in questi giorni le misure di sicurezza a difesa del simbolo sovietico sono imponenti e un'inferriata antisfondamento circonda il simbolo di un passato che ancora pesa sulle spalle di questa Nazione. Nel corso di quest’anno l’Associazione dei deportati del ‘56 e la Federazione mondiale degli ungheresi hanno raccolto centinaia migliaia di firme nel corso di una campagna volta ad eliminare i simboli della passata occupazione sovietica. Da oltre un anno di fronte al monumento militare di piazza Szabadság i militanti nazionalisti ricordano a turisti e ungheresi “distratti” che grazie ad una legge del 1945, dei 3200 monumenti celebrativi presenti sul territorio magiaro, 2700 sono stati imposti dall’“alleanza” con Mosca. Le firme raccolte sono servite a fare pressioni sul Parlamento che, finalmente, pochi mesi fa, ha votato per l’abrogazione della norma che delegava la sovranità ungherese all’Urss.
E mentre si attende ancora che il monumento militare sovietico venga rimosso per consegnare quello spazio al tricolore magiaro, questa piazza, per tutti i nazionalisti ungheresi, è “piazza della Libertà”.
Nella notte tra lunedì e martedì, per la ricorrenza dell’invasione sovietica del 1956, Budapest è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti nazionalisti e polizia. Poiché l’attuale governo magiaro è “democraticamente corretto” le notizie sulla dimostrazione dei giovani ungheresi e delle famiglie delle vittime della repressione comunista è passata sotto un assordante silenzio della stampa internazionale. Ma noi l’abbiamo saputo lo stesso e abbiamo offerto loro la nostra voce di uomini liberi.
Fonte: Rinascita – Quotidiano di liberazione nazionale
Audio: I ragazzi di Budapest – Amici del vento
24/10/07 – posted by Dado
Paese che vai, norma che trovi!
In Thailandia è vietato uscire di casa se non si portano le mutande ed è obbligatorio indossare una camicia se ci si mette alla guida. In Italia è illegale la professione del ciarlatano. Crescono pure troppo, sono spesso in versione sadica, prendono lucciole per cicale alcune leggi di questo nostro pazzo mondo. Ce n’è per tutti: dagli Stati Uniti alla Thailandia, dalla Corea del Sud alla Danimarca. Non manca neppure l’Italia, entrata nel novero per ben due leggi: è illegale praticare la professione del ciarlatano (che ci fosse un albo?); un uomo che indossa una gonna è passibile d’arresto. In Georgia non è consentito portare un cono gelato nella tasca posteriore dei pantaloni di domenica (tutti gli altri giorni sì). In California il sole è garantito alle masse (testuali parole) per legge. In Alaska è legale sparare ad un orso, ma è proibito svegliarlo mentre dorme per fargli una foto. In Wyoming è vietato fotografare i conigli per tutto il mese di giugno (periodo di accoppiamento?). In Utah è proibito fare sesso nel retro di un’ambulanza durante una chiamata d’emergenza (e pensare che è un buon modo per scaricare la tensione.). In Pennsylvania è illegale dormire sdraiati su un frigorifero all’aperto, mentre alle casalinghe è stato espressamente vietato nascondere la polvere e lo sporco sotto i tappeti. Anche il Canada non scherza: è vietato pagare in penny un articolo che costa 50 centesimi; le radio devono trasmettere almeno il 30% di contenuti canadesi; le bibite chiare non possono contenere caffeina; è proibito togliersi bende o fasciature in pubblico. In Marocco, invece, sono passibili d’arresto tutti coloro che possiedono narcotici o che frequentano, senza saperlo, persone che li possiedono (dimmi con chi vai!). Nel Victoria, Australia, solo elettricisti con tanto di licenza hanno il permesso di cambiare una lampadina. In Thailandia è vietato uscire di casa se non si portano le mutande (cosa un po’ contraddittoria per le usanze di questo paese) ed è obbligatorio indossare una camicia se ci si mette alla guida. In Danimarca è vietato mettere in moto l’automobile e partire se qualcuno è sdraiato sotto di essa, tuttavia non è legale evadere dal carcere, ma se si viene scoperti si è obbligati a tornare in cella per scontare la pena. In Inghilterra non è consentito alle donne mangiare cioccolatini su un mezzo di trasporto pubblico, così come è proibito appendere un letto fuori dalla finestra. In Francia è vietato baciarsi sulle rotaie e se per caso si possiede un maiale, è illegale chiamarlo Napoleone. In Svizzera è proibito stendere i panni o lavare l’auto di domenica. Non solo: non è consentito, a coloro che abitano in un appartamento, tirare lo sciacquone dopo le dieci di sera. In Scozia, invece, è proibito ubriacarsi se si possiede una mucca. In Israele è proibito mettersi le dita nel naso e scaccolarsi il sabato, mentre la città di Haifa vieta espressamente ai propri cittadini di portare orsi in spiaggia. Alle Hawaii è vietato infilare, o tentare di infilare, monetine nelle orecchie altrui (tempi duri per i prestigiatori). In Nevada è illegale cavalcare un cammello in autostrada. Nel Tennessee non è consentito praticare sesso orale. In Texas, invece, ci si può considerare legalmente coniugati se per tre volte di seguito si presenta il partner in pubblico dicendo che è proprio marito o la propria moglie. La perla, però, è ad appannaggio dei reali d’Inghilterra. La testa di qualsiasi balena morta trovata sulla costa britannica è legalmente proprietà del re, la coda invece appartiene alla regina, in caso avesse bisogno di ossa per il suo corsetto. Privilegi dell’essere sovrani.
11/10/07 – posted by the Major
Facciamo festa: l’11 ottobre al posto del 25 aprile
Ogni popolo ha una festa nazionale. I francesi, che sono esagerati, ne hanno ben due: festeggiano l’11 novembre e l’8 maggio date che corrispondono alle loro vittorie nelle guerre mondiali. Gli svizzeri festeggiano il 1 agosto, quando, oltre sette secoli fa, i primi tre cantoni elvetici firmarono il Patto Federale che diede l’avvio all’indipendenza. L’Austria festeggia il 26 ottobre, giorno in cui, dopo dieci anni, le truppe d’invasione (inglesi, americane, francesi e russe) lasciarono il suo territorio. La Spagna festeggia il 12 ottobre, data della scoperta dell’America, definita per secoli “dia de la raza” e recentemente “dia de la hispanidad”: intende così manifestare il suo orgoglio imperiale. La Germania dopo aver celebrato la rivolta di Berlino contro l’occupante comunista, ossia il 17 giugno, ha optato per festeggiare l’anniversario della riunificazione, il 3 ottobre. Solo l’Italia celebra come festa nazionale il giorno in cui il suo esercito fu travolto dal nemico invasore.
Facciamola finita con l’avvilimento - Al di là di quello che si pensi in merito, non vi è dignità, non vi è futuro, non vi è considerazione, non vi è attenzione per un popolo che festeggi le vittorie altrui sul proprio territorio. A permettere che una simile vergogna si perpetrasse fu la necessità di una classe politica di nosferatu, composta da falliti di tutte le ideologie, di esaltare in qualche maniera l’unica cosa che in ventitrè anni aveva saputo fare: mettersi a lustrare scarpe al nemico sperando che una di lui vittoria, pur rovinando l’Italia, avrebbe rimosso la classe politica permettendo a tutti loro di riprendere una carriera. Sono passati sessantadue anni da allora (e sessantaquattro dalle vergogne di luglio e di settembre) ma nessuno ha avuto il coraggio di dire “facciamola finita con queste patetiche e avvilenti buffonate!” E, francamente, direi che l’ora è arrivata.
L’undici ottobre - Non propongo date fauste e gloriose come il 28 ottobre, il 4 novembre, il 3 gennaio, il 23 marzo, il 21 aprile, il 9 maggio. Quel tempo è andato e non ci possiamo neppure sognare di celebrarle, tanta e tale è oramai la distanza tra quella e questa Italia. Propongo però l’istituzione di un comitato per il cambiamento della data di festa nazionale scegliendo come tale una delle rarissime date d’orgoglio della Repubblica post-bellica: l’11 ottobre. L’11 ottobre 1985 Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio, decise di non consentire agli americani di commettere prepotenza sul nostro territorio. Aveva condotto a termine la difficilissima trattativa per risolvere la crisi dell’Achille Lauro, nave di crociera dirottata da guerriglieri palestinesi. Costoro si trovavano in transito a Sigonella, base militare siciliana con presenza Nato quando gli Usa diedero ordine alle truppe di impadronirsi di loro e di estradarli negli Stati Uniti. Craxi non accettò questa palese e tracotante imposizione straniera ed ordinò ai carabinieri di puntare le armi sui marines che cedettero.
Craxi pagò - Il premier avrebbe poi pagato caro questo scatto d’orgoglio e la sua scelta di campo filo-palestinese: sarebbe stato indicato come unico capro espiatorio per quella tangentopoli che coinvolse tutti, davvero tutti. Riparò in Tunisia dove morì ufficialmente d’infarto. Nessuno mi toglie dalla testa che Craxi non solo non era più disonesto dei suoi avversari ma che era addirittura più onesto di loro, né che a farlo cadere siano state Sigonella, la difesa della politica estera ed energetica italiana dagli artigli israeliani, e ogni scelta di politica di potenza, come il progetto della lira forte.
Facciamone la festa nazionale - Fatto sta che in circa settant’anni di servilismo l’episodio di Sigonella va controcorrente. Non è facile trovare altri momenti successivi al 1945 durante i quali un governo ci abbia dato motivi di fierezza, solo l’ordine di Pella agli inizi degli Anni Cinquanta, di mobilitare le truppe vicino a Trieste (allora occupata) in risposta alle minacce britanniche e jugoslave ci aveva reso un briciolo di dignità.
Morale della favola: facc